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Come e quando impariamo a regolare le nostre emozioni. La prima infanzia gioca un ruolo fondamentale.

Come e quando impariamo a regolare le nostre emozioni. La prima infanzia gioca un ruolo fondamentale.

Nel mio percorso di guarigione e crescita personale mi sono imbattuta in una sofferenza, una sorta di irrigidimento interiore che affiorava soprattutto dopo il risveglio la mattina e che razionalmente non riuscivo attribuire a nulla. Ciò che avveniva spesso, era anche di avvertire una forte stanchezza dopo avere svolto i compiti più semplici, come se questa tensione costante mi prendesse tantissime energie. Durante il mio percorso di presa di consapevolezza mi sono imbattuta nelle emozioni più nascoste, negli eventi più tristi della mia vita che come flashback tornavano a galla e, strato dopo strato come una cipolla che si sfoglia, fluivano via. Tutto ciò mi ha permesso di ritrovare me stessa, la mia forza, la mia creatività e molta più energia. Ma c’era sempre qualcosa che affiorava dal profondo, una tensione interiore difficile da sciogliere. Come sempre la mia intuizione mi ha guidato verso i temi giusti per me, in un determinato momento della vita, e ho cominciato a leggere degli articoli sul tema “trauma”.

In uno di questi, una psicologa che mi ha colpito molto per la sua semplicità e chiarezza, raccontava come un trauma possa avvenire in modo poco spettacolare. E faceva una differenza tra il trauma legato ad un evento e il trauma dello sviluppo. Il primo di cui non mi occuperò in questo articolo, è la classica accezione che si ha di un trauma. Un evento drammatico e tragico sconvolge la vita e ha ovviamente conseguenze forti sull’equilibrio psicologico di una persona. Il secondo invece è un trauma legato alla nascita e ai primi tre anni di vita.

Quando si sente parlare di traumi, si suppone sempre che sia avvenuto qualcosa di terribile: maltrattamenti, abusi, incidenti gravi. Tuttavia, la percezione del neonato e del bambino piccolo è diversa da quella di un adulto. Misure educative fatte con le migliori intenzioni, possono provocare danni sul benessere psicologico.

Il trauma dello sviluppo è per così dire un trauma “silenzioso” che tantissime persone portano dentro di sé, senza esserne consapevoli e che non è assolutamente da sottovalutare. I sintomi possono essere da una parte, irrigidimento con conseguente calo di energia e spossatezza, fasi del giorno depressive sopratutto nei momenti di riposo, non volersi muovere volentieri, sentirsi esausti. Dall’altra, uno stato di ansia continuo di sottofondo, agitazione, panico. Attenzione però, la psicologia non è una scienza esatta e gli stessi sintomi possono avere anche altre cause. Inoltre, se questi sintomi ti fanno soffrire molto ti consiglio di consultare il tuo medico o il tuo psicoterapeuta.

Il trauma dello sviluppo è legato ad una serie di eventi della nostra primissima infanzia, a come è avvenuta la nostra nascita, alle emozioni provate nei primissimi anni di vita. La maggior parte di noi, nati tra gli anni 70 e 80 è stata separata dalla madre appena dopo il parto. Siamo stati presi da braccia estranee, visitati, pesati, lavati e messi in una stanza separata. Ricordo il racconto di mia madre, che disse che subito dopo la mia nascita mi portarono via dalla sala parto. Lei rimase sola e si mise a piangere. In un evento così delicato a livello emotivo come il parto queste azioni in apparenza non gravi, possono provocare vere e proprie ferite e traumi, sia nella madre che nel bambino.

Allora, l’idea educativa era quella di lasciare piangere il neonato, nutrirlo ogni tre ore e non seguendo i segnali della fame del piccolo, prenderlo in braccio non troppo spesso, altrimenti si abitua alle braccia, etc… tutta una serie di accorgimenti educativi che hanno provocato in noi più danno che altro. Ciò che agli adulti sembra una bagatella – il pianto per fame, l’allontanamento dal corpo della madre o delle persone a lui familiari – per il neonato significa letteralmente paura per la propria sopravvivenza.

Io con mia figlia in fascia.
Per fortuna oggi si sta diffondendo l’uso del “portare” i bambini sul proprio corpo.

Oltre a questi argomenti che più o meno conoscevo, avendo letto tanto al riguardo prima di partorire mia figlia, ciò che mi ha colpito di questa teoria psicologica è l’idea che i bambini imparino a regolare e a gestire le proprie emozioni in questa primissima fase di vita. Il contatto fisico fra adulto e bambino gioca in questo un ruolo fondamentale. Se tutto procede in maniera ottimale – se le emozioni negative vengono accettate e permesse dall’adulto, se esiste un contatto fisico diretto con le persone di riferimento, se l’adulto è presente nel suo corpo ed è in grado di trasmettere tranquillità – il bambino impara a rientrare in uno stato di serenità e a elaborare le sue emozioni. Se ciò invece non avviene, il corpo memorizza e immagazzina i sentimenti e le sensazioni provate, che possono rimanere in forma di esperienze traumatiche, fino all’età adulta. Secondo la psicologa, la ferita da trauma scaturisce dal fatto che alla reazione naturale della paura, con il conseguente irrigidimento del corpo dovuto alla cosiddetta reazione del “fight or flight” (combatti o fuggi), non segue una regolazione delle emozioni, dunque una curva discendente verso il rilassamento.

Ma come fare se nella tua primissima infanzia questa regolazione delle emozioni non è avvenuta o non abbastanza? Se tutto ciò ha portato ad un trauma “silenzioso”? Un buon metodo è quello di “riappropriarsi” ed entrare in contatto con il proprio corpo. Il nostro corpo è il veicolo per elaborare e regolare emozioni e sentimenti negativi. Innanzitutto, facendo scivolare letteralmente la propria consapevolezza dentro di sé, cercando di percepire quanto più onestamente possibile le proprie sensazioni. Dove si accumula la tensione: nelle spalle? Nella mandibola? Nell’area del cuore?

Se ti va, puoi anche provare a fare una sorta di meditazione: immaginare/sentire di essere di nuovo neonata e di essere portata in fascia da una madre (può essere la tua reale o una madre ideale), percepire il battito del suo cuore, la sua vitalità ma anche la sua profonda serenità. Respirare con questa madre-anima e rilasciare a poco a poco le tensioni interiori, sprofondando in una sorta di abbandono totale.

A me ha aiutato molto sapere che esistono questo tipo di esperienze traumatiche “silenziose” che si sviluppano attorno alla nascita e nei primi anni dell’infanzia. Non si tratta di volere auto-diagnosticarsi un trauma ma di comprendere che le proprie sofferenze non sono cose che ci inventiamo o cose esagerate che dovremmo tenere sotto controllo. Hanno delle cause, sono legittime, reali e sono superabili nel momento in cui ne prendiamo consapevolezza, le accettiamo e prepariamo il terreno per farle fluire.

È un nostro diritto essere felici, nel pieno delle nostre forze e della nostra vitalità. E se al momento non ci si sente così, è importante non giudicarsi, bensì essere estremamente compassionevole e gentile con se stessi! Se ci rompiamo una gamba siamo pronti a prenderci del tempo per guarire, se si tratta di una ferita interiore invece, che ci blocca quasi in maniera simile, siamo molto inclementi con noi stessi e con gli altri. Strano, no?

E ora mi piacerebbe sapere da te qual è la tua esperienza sul tema? Quali sono le emozioni negative di cui non capisci la provenienza? Se ti va, scrivimi un commento sotto. Mi interessa molto!

Con affetto,

Clara 

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